pace e bene

nei ritagli di tempo
ho ricominciato a leggere
anche se ultimamente
sono troppo stanco
ma mi ero perso
e voglio ritrovarmi in altre pagine
in attesa di ricominciare a scriverle
il solito inganno dell’amore
credere di poter volare
mentre continui a precipitare
sto imparando a dire va bene
anche se va tutto a puttane
un passo avanti
e due a ritornare
sulla stessa radice inciampare
con la forza di volersi rialzare
ho creduto di potermi cambiare
o di potermi adattare
alle continue scuse
alle porte socchiuse
alle promesse tradite
le discese ardite
e le risalite
ma preferisco le risate
alle sue stronzate
come i ragazzini inseguire
ancora un pallone
e dimenticare di avere ragione
che non ha più importanza
come l’assenza, l’indifferenza
perdere la pazienza
ti chiedi per cosa
se ogni volta il piacere è solo l’attesa
e non sono in vena
della solita cantilena
di quello che è ma non vuol sembrare
dell’essere e dell’apparire
dell’avere e del possedere
delle distanze da colmare
forse ho solo sbagliato
il punto di osservazione
o forse ho solo messo
da parte il razionale
cercando di seguire
esclusivamente il lato carnale
quello che mi fa sballare
e mi fa perdere la cognizione
ma soprattutto mi fa sentire un coglione
pronto a sfiorare il banale
a tirare in ballo il soprannaturale
io che il misticismo non lo riesco a capire
perché penso sia solo una cazzata
per vendere più candele
potrei dire tutto
ma a cosa può servire?
potrei fare tanto
ma non sarà abbastanza
l’odio è solo una conseguenza
anche se non mi appartiene
mi prendo quello che viene
foss’anche scopare in riva al mare
in una sbronza colossale
sicuramente mi conviene
e allora pace e bene

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give me, give me one more chance to keep you satisfied *

ho visto l’amore
nelle nostre continue lotte
nelle parole peggio delle botte
nei silenzi e nei ritorni
nei nostri peggiori giorni
nei miei e nei tuoi difetti
perchè, in fondo, siamo imperfetti
ma se ho visto l’amore
in ciò che va male
se solo ci fosse un’occasione
ti direi che
il meglio deve ancora venire

* Always on my mind – Elvis Presley 

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che mentre c’è da osare, uccide lo spettacolo carnale *

mi prendo anche le tue colpe e le silenzio
le mie le ho prese a suo tempo
in quella notte di fine dicembre
in cambio di un bacio
che ha rotto ogni indugio
frantumando il vetro
che ci teneva distanti
nonostante gli intenti
e non mi pento di averlo fatto
nemmeno adesso
che siamo due isole lontane
che parlano linguaggi differenti
e hanno ambizioni incompatibili

potevamo essere rivoluzione
invece siamo solo
un altro stupido luogo comune

* Dentro Marilyn – Afterhours

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quel gran genio del mio amico, con le mani sporche d’olio *

Quando ero più giovane e pensavo a come avrei voluto modificare la mia casa, a come sarebbero stati quei giorni di lavoro, immaginavo sempre il mio amico A. lì ad aiutarmi, perché lui sapeva fare tutto. Era capace di smontare una macchina, un motore, aggiustare tutto. Ed era capace anche, se avesse voluto, di costruire una casa da solo. O quanto meno aggiustarla, riportarla a nuovo. Pensavo a quelle cose che si vedono nei film in cui ci si aiuta, si lavora con le persone che conosci da una vita, si ride, si beve una birra insieme, si pranza parlando ancora delle cose da fare sporchi e soddisfatti. Pensavo a qualcosa del genere perché mi sarebbe piaciuto farlo, per arrivare a sentire quella casa ancora più familiare, veramente mia. Quando immaginavo la scena mi saliva un sorriso che solo i sogni ad occhi aperti sanno far nascere. Poi dopo quel giorno, non ho più pensato ad aggiustarla. Credevo sarebbe stato come distruggere un ricordo. Benché realmente non fosse successo, per me era diventato realtà da quanto lo avevo immaginato. Per gli anni che seguirono avevo abbandonato l’idea di fare i lavori. Avevo riposto quel sogno in un angolo remoto della mia mente, dei miei pensieri, del mio cuore. Quando lei è venuta a vivere con me non volevo parlarne. Appena accennava a qualcosa, io sviavo l’argomento e cercavo di fuggirlo. Ancora è presto liquidavo la faccenda. Ma sapevo che non era vero e prima o poi avremmo dovuto affrontare la discussione. Quella casa era diventata la mia casa e quel progetto che avevo in mente era solo il sigillo che avrebbe confermato l’appartenenza. I tempi erano maturi. Io e lei abitavamo insieme da un po’ di tempo e quel passo era necessario, se non addirittura indispensabile. Così, una sera sono tornato a casa e le ho raccontato tutto. Ho riposto nelle sue mani il mio dolore per quel sogno interrotto e per quell’amico perduto. Non ne avevo mai parlato con nessuno. Almeno non così, con le lacrime agli occhi, la voce spezzata in gola e le mani che tremano senza controllo. Avevo bisogno, se non di liberarmi almeno, di condividere quella tristezza che mi portavo dentro da anni. Quell’emozione che le parole stentavano a definire. Io me lo ricordo bene quel giorno, ancora oggi. Ero dai miei genitori, in una delle poche volte in cui mi ero deciso ad andarci. Da quando si erano trasferiti, circa quattro anni, ero andato a trovarli tre volte in tutto, giusto per le occasioni speciali. Mi trovavo spaesato in quell’altra isola, senza conoscere nessuno ero come rinchiuso in una prigione. Ogni volta che ci andavo restavo tutto il tempo chiuso in casa, uscivo poche volte giusto per andare al bar a bere un caffè quando ero stanco di stare in casa, oppure per fare la ricarica al cellulare, oppure girare per qualche centro commerciale alla ricerca di qualcosa di interessante da guardare, girovagare in mezzo a migliaia di gente smaniosa di acquistare quante più cose possibili. Una continua rincorsa al consumismo sfrenato, con televisori sottocosto, telefonini multifunzionali ed essenzialmente inutili, consolle di videogiochi sempre più realistiche, cibo pronto da consumare in piedi, multisale cinematografiche con dodici proiezioni al giorno, per lo più cinepanettoni anche fuori stagione. In un giorno noioso come tutti gli altri, senza nessuna motivazione apparente e senza voglia di fare un emerito mi arriva una chiamata da G. Pensavo fosse la solita telefonata sui soliti temi, come stai, cosa fai, quando torni, e altro genere di informazioni generiche di una normale telefonata tra amici. La sua voce era spezzata, come non l’avevo mai sentita. Si poteva percepire il tremore della sua pelle attraverso l’apparecchio. All’inizio pensavo fosse solo uno scherzo per mettermi in apprensione. Invece il suo tono continuava sulla stessa sintonia. A. ha avuto un incidente. Pausa lunga di entrambi. Dopo aver ripreso fiato continuava è grave, l’hanno portato all’ospedale in ambulanza. Dicono che sia morto. Silenzio totale. In un secondo sudore freddo, conati di vomito. Mi sono sentito mancare. Sei sicuro dissi tirando fuori la voce con uno sforzo sovraumano. la sua risposta in lacrime. Ho chiuso la telefonata restando immobile per un tempo indefinito. Non sapendo cosa pensare, cosa fare, cosa dire. Mi precipitai in cucina dove i miei genitori stavano ancora finendo la cena. Mia madre guardandomi in volto capì subito che c’era qualcosa che non andava. Cos’hai? Mi disse. Devo tornare in Sicilia, A. ha avuto un incidente, è morto. Dissi con un filo di voce. Cosa? Dissero all’unisono tutti. Guardai le loro facce, i loro volti erano esterrefatti. L’avevano visto crescere insieme a me, sapevano quanto eravamo legati e quante giornate e serate avevamo speso insieme a bere, fumare, mangiare, cazzeggiare. Mia madre si alzò di scatto prendendomi sottobraccio. Siediti, bevi un sorso d’acqua disse accarezzandomi i capelli. Le lacrime incominciarono a scivolare sul volto, lentamente, lasciando un solco sulla pelle. Lacrime amare e calde. Gli occhi colmi e la gola bloccata. Non mi ero mai trovato mai in una situazione del genere. Non avevo mai affrontato la morte così da vicino. Non avevo mai sentito un’emozione così prepotente e così dolorosa. Un’emozione che lasciava senza fiato, senza voce, senza parole, senza espressione, con un senso di vuoto ed impotenza fuori dal comune. Ormai era tardi per fare un biglietto aereo. Mio fratello decise di accompagnarmi nel viaggio, l’indomani ci saremmo recati all’aeroporto all’alba per prendere i primi biglietti disponibili per la nostra destinazione. La notte non dormii, fui assalito da mille pensieri e paure. Sfogliavo nella mente i mille ricordi che ci appartenevano. Speravo che risvegliandomi tutto tornasse nella normalità. Ma quel vuoto iniziava ad allargarsi nello stomaco ad una velocità impressionante. Sudavo sotto le lenzuola. Mi alzai nella notte una paio di volte camminando per la stanza. Cosa ne sarebbe stato di tutto quello che avevamo vissuto? Che valore avrebbero avuto quei ricordi? Quanto sarebbe stato duro rievocarli per ogni particolare collegato ad essi? Tutto il resto ora non aveva più nessuna importanza. La mia laurea fra un paio di mesi era solo un paesaggio lontano in sottofondo senza nessun valore di sorta. Inutile. Come me del resto di fronte a tutto quello che stava accadendo. Riuscii a prendere sonno alle quattro del mattino, alle cinque suonò la sveglia. Tutto era rimasto, quel dolore potevo sentirlo pulsare dentro ancora più forte. Svogliatamente mi vestii e misi quello che rimaneva nello zaino. Mio fratello dall’appartamento accanto venne a bussare. Mio padre ci accompagnò all’aeroporto, in un silenzio sconfortante. Riuscimmo a trovare i biglietti subito. Nel giro di un paio d’ore dalla sveglia eravamo pronti per il decollo, con un unico inconveniente, scalo a Roma per un paio d’ore e ripartenza verso Palermo. Prima dell’una eravamo già arrivati, ancora però ci aspettavano due ore di macchina. Chiamai i miei amici per avere informazioni. Dovevano chiudere la bara. Ci chiedevano se dovevano aspettarci prima di farlo. Dissi di si se era possibile. Non lo vedevo dalle vacanze di Pasqua. L’ultima sera insieme era stata magnifica, una di quelle sere da ricordare per sempre. Tutti riuniti al solito bar. Ci siamo scolati una bottiglia di rhum, poi abbiamo iniziato con i cicchetti. Ad un certo punto A. tira fuori il portafogli e urla facciamo un altro giro, questo lo offro io! Delirio, quello era un evento eccezionale, urla di gioia come in un gol della tua squadra preferita. Poi tutti insieme a fare il trenino e a intonare la solita canzone dal sapore brasiliano. Stremati in volto e nell’anima arrivammo all’obitorio dell’ospedale. Tutti eravamo lì, tutti con la medesima espressione, gli occhi lucidi e una rabbia dentro infinita. Ci abbracciammo come fratelli che non si vedevano da anni, ci stringemmo forte quasi come per spremere fuori quel dolore l’uno dall’altro. Così, come una doccia fredda o forse caldissima che è ancora più dolorosa, l’ho visto per l’ultima volta. Tirato fuori da una specie di frigo, sdraiato su un lettino, quasi incartato da una specie di cellophan, occhi chiusi, espressione serena. Immobile. Io come lui. Restavo a distanza, non riuscivo ad avvicinarmi per guardarlo da vicino, mentre piangevo a dirotto un pianto disperato che non riuscivo a contenere. E tutti piangevamo le stesse lacrime. E tutti ci sentivamo veramente fratelli, tutti quelli che eravamo lì in quel posto asettico e freddo, mentre fuori c’era un sole ardente. Lo abbiamo vestito con una certa difficoltà, quando devi mantenere ferme le mani e controllati i movimenti succede. Alla zincatura il fabbro, che era stato anche suo datore di lavoro per un po’ di tempo, ha saldato la bara più con le lacrime che con il resto. Ogni punto era come un grido di dolore. Da lì siamo partiti per il paese dove ci sarebbe stata la cerimonia. Ultimo saluto davanti casa e poi bara in spalla ad attraversare tutto il paese fino ad arrivare la chiesa. Noi eravamo in prima fila, io avrei voluto portare la bara, ma non me la sentivo. C’era una marea di gente. Il cammino è stato sempre più straziante, metro dopo metro. Entrati in chiesa il prete ha iniziato la funzione e a un certo punto avrei voluto prenderlo a pugni per le stronzate che stava dicendo. Noi eravamo nei primi banchi, tutti insieme, a darci la mano virtualmente e a bagnare di lacrime il pavimento. La bara di fronte a noi. Ed ecco, questo è il momento che ricordo come quello in cui sono diventato adulto. In cui ho sentito addosso il peso del passaggio. La vita che ti frega senza darti una spiegazione. Che a volte veramente ci vorrebbe un libretto di istruzioni per affrontare le emozioni, per reagire in maniera idonea. Ma niente, impari tutto nel momento in cui ti fotte. Nessuna possibilità di tornare indietro.

* Sì, viaggiare – Lucio Battisti.

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la copia di mille riassunti *

non più una parola
se non vale niente
nessuna dopo centomila
mi ha sfinito
deluso, disilluso
a volte umiliato
questa guerra che odio
così allargo le braccia
e mi lascio colpire
il colpo finale
o il lieto fine?
ma non fa più male
per l’assuefazione

e tutto si scioglie
fra le mie mani
cola per terra
non lascia più traccia

* Giudizi Universali – Samuele Bersani.

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le scadenze sono una gran rottura…

Le scadenze sono una gran rottura di coglioni, questo pensava. Intensamente. Tra una settimana esatta doveva consegnare qualcosa, almeno una ventina di pagine, almeno con un’idea. Tra una settimana esatta doveva essere convincente su quello che avrebbe dovuto fare. Tra una settimana esatta avrebbe dovuto far capire di essersi guadagnato quei soldi in anticipo, sulla fiducia insomma. Era sempre stato un tipo puntuale, nonostante tutto. Certo, fondamentalmente mancava di un certo metodo. Se proprio doveva essere onesto, non aveva un vero metodo. Operava d’istinto. Il pensiero di questa scadenza lo faceva ritornare a qualche anno addietro. Lo faceva ritornare ai tempi dell’università, quando si ritrovava a preparare un esame sempre nell’ultima settimana. Non è certo una cosa originale, anche se lui non aveva mai fatto un dramma per l’incombenza di una prova. Non si era mai abbattuto, ma soprattutto non era mai andato in panico. Aveva sempre affrontato la cosa con la giusta freddezza e, quando necessaria, la giusta rassegnazione. Ma ora, invece, stava andando leggermente in agitazione. Il primo libro è sempre qualcosa che si scrive da solo, quando decide di farlo. È quasi come vomitare dopo una sbronza colossale. Alle volte non c’è nemmeno bisogno di una paio di dita in bocca, basta semplicemente chinarsi in avanti e lasciar venire fuori tutto. Dentro uno cerca di metterci ogni cosa, almeno ci prova. Il primo libro è un libro scritto di pancia. Ogni parola è tua. Ogni frase ti appartiene. Ogni singola emozione è esperienza della tua vita. È una cosa normale perché non hai mai scritto un libro e non sai come fare, allora l’unica cosa da cui puoi prendere esempio è la tua vita. Il primo libro è svuotarsi l’anima. Per questo motivo quando lo finisci ti senti libero. Ti senti una persona nuova, soprattutto se dentro ci metti una storia d’amore travagliata e senza via d’uscita. Tutto quello che c’è scritto ti appartiene, ma lo lasci su quelle pagine e cerchi di ricominciare. Così quando ti trovi ad affrontare nuove pagine bianche sono cazzi amari. Frank lo aveva scoperto sulla sua pelle. Il suo primo libro aveva avuto un buon riscontro di pubblico e di successo. Non certo un best seller, ma aveva avuto una certa notorietà e alla fine, dopo tanto girovagare, qualcuno ne aveva pure parlato in televisione. Niente di particolare, visto che era a notte fonda, ma in un certo senso era stato meglio così. Ma gli aveva fatto avere, pure, una certa stabilità economica. Scrivere era l’unica cosa che aveva saputo fare in maniera continuativa, anche se aveva lasciato un sacco di racconti iniziati e tante idee che non andavano oltre le prime venti pagine. Tutto quello che aveva cominciato nella sua vita dopo qualche tempo cominciava ad annoiarlo. Qualsiasi cosa, dagli sport quando era ragazzino fino ad arrivare alle frequentazioni con alcune ragazze, anche se con quelle ci metteva molto più tempo, perché aveva sempre bisogno di trovare un buon finale. Così era stato per il suo primo libro, da anni se lo portava dentro, proprio perché ancora non aveva trovato il finale giusto. Poi quella sera in cui ebbe l’illuminazione capì che poteva scrivere il suo primo libro, finalmente. Fondamentalmente, lui si riteneva uno bravissimo scrittore di inizi. Se ci fosse stata una categoria del genere sarebbe sicuramente stato uno dei migliori al mondo. Era un genio nelle scintille, nelle idee sul momento, ma poi andando avanti con le pagine cominciava a capire che la storia si sarebbe delineata in maniera già vista e sentita e quindi abbandonava tutto e lo lasciava al suo destino di racconto incompiuto. Non era certo un approccio professionale. In realtà non aveva mai avuto quel tipo di approccio tranne, appunto, che per il suo primo libro. Lì aveva davvero messo da parte quello che era e si era concentrato su come avrebbe dovuto essere. Per la prima volta nella sua vita, da quando aveva cominciato ad appuntare storie, avanzò in maniera scientifica e metodica. Aveva un inizio, un bel mezzo corposo, e cosa essenziale un vero finale. Senza nulla togliere alle altre parti, indispensabili, come si conclude il racconto di una storia è la parte più importante, perché è quello che ti rimane dentro nel crescendo della lettura. Nel settantacinque percento dei casi (mi piaceva come suonava, non ho condotto nessun sondaggio di sorta) i libri deludono proprio in questa parte. La frase che possiamo sentire più spesso quando non si può dire altro su un libro è: si è bello, però mi ha deluso nel finale. Ma in fondo, non è che ci siano tante alternative. Per esempio, se scrivi una storia d’amore le possibilità possono essere a) vissero felici e contenti b) manco per un cazzo. Il suo finale rientrava nella seconda opzione, ma a lui piaceva pensare che anche quello poteva definirsi un lieto fine. Perché vissero felici e contenti,in fondo, non vuol dire niente. Non racconta niente. Cosa succede dopo? Nessuno lo racconta. I protagonisti alla fine si sposano. Ok, va bene. Ma è un finale questo? Non è semplicemente l’inizio di qualcos’altro? Magari è pure doloroso, non è giusto nemmeno propinarlo ai bambini. Insomma, illuderli che basta dire quelle parole per risolvere tutto le problematiche in sospeso. Se due stanno per tutto un libro a non riuscire a stare insieme, vuoi per problemi familiari, vuoi per problemi personali, vuoi per qualsiasi altra cosa, mica questi problemi scompaiono solo perché alla fine pronunciano un sì davanti a un prete. Che poi, fondamentalmente, quasi tutte le storie a seconda del finale ricalcano o I promessi sposi o Romeo e Giulietta. Fateci caso, provate a vedere una qualsiasi telenovela del cazzo. Ci sono questi due, quasi sempre di estrazione sociale differente, che si innamorano ma non possono stare insieme per questioni legate alla famiglia, in mezzo ci sono un sacco di disavventure, violenze, minacce, e poi a seconda se muoiono o no, sono manzoniani o shakespeariani. Tendenzialmente le telenovele vanno per la prima opzione, solo per non deludere le casalinghe che vivono nel mito del vissero felici e contenti. Stiamo divagando. Il suo problema non era il finale. Il suo problema non era nemmeno quale opzione scegliere. Il suo unico problema era che non aveva nemmeno una storia da raccontare. Cioè, aveva delle idee sparse a caso. Aveva dei tratti di qualche personaggio, ma non li aveva ben delineati. Quando i personaggi sono pronti in una storia, non sei tu a scrivere la loro parte e i loro dialoghi, sono loro che guidano le tue dita sulla tastiera. Sono loro che ti fanno scrivere quello che vogliono dire. Praticamente acquisiscono una personalità propria. Lui non aveva niente. Aveva solo un accordo da rispettare, ma non sapeva come. Eppure aveva avuto sei mesi di tempo per raccogliere spunti e arrivare almeno a metà dell’opera. Alla fine per venirsi incontro si era arrivato al compromesso di portare almeno il primo capitolo, ma nemmeno questo gli era stato d’aiuto. Non voleva dire di avere il cosiddetto blocco dello scrittore. Non voleva rientrare nei soliti luoghi comuni, perché lo facevano incazzare. La cosa era sostanzialmente una cosa fisiologica. Il primo libro, come si è detto lo scrivi di pancia e svuoti l’anima. Il secondo libro sono cazzi amari, perché devi ricominciare da zero. Devi dimenticare tutto, pure di avere già scritto un libro. Allora lui si era messo davanti a quelle pagine bianche e non era riuscito a riempierne più di un paio, senza un’idea solida. Aveva cercato dentro e fuori. Aveva letto altri libri. Aveva sentito tante storie. Ma non aveva trovato quello che voleva, una storia originale, diversa da quello che già aveva scritto. Ormai il tempo stava per scadere. Non poteva certo chiederne altro. Non poteva rimandare. Era una questione di principio. Qualcuno aveva creduto in lui, gli aveva dato credito. Qualcuno gli aveva dato fiducia. Qualcuno soprattutto gli aveva dato dei soldi. Con quale faccia avrebbe potuto argomentare delle scuse valide, visto che non ne aveva? Il blocco dello scrittore era una facile scappatoia, per certi versi la più banale e lui odiava essere banale.

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esser stronzi è dono di pochi, farlo apposta è roba da idioti *

a stare a casa da solo
rischio di impazzire
ho bisogno di confronto
di partecipazione
di ridere senza una ragione
ho bisogno di sfuggire
al dilemma universale
ho bisogno di scordare
mettere un piede avanti
e ricominciare a camminare
ho bisogno di fare l’amore
e poi stare a parlare per ore
ho bisogno di non aver bisogno
e di non essere chiamato
solo quando hai bisogno
ho bisogno di pensare ad altro
di scrivere un nuovo romanzo
di fare un viaggio
in posti sconosciuti
con vecchi amici
ho bisogno di disimparare
per apprezzare di nuovo l’essenziale

ma c’è pure un oppure
che non ho più voglia di dire

* Andate tutti affanculo – Zen Circus

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